Il sogno a 5 stelle di milioni di persone viene prima di tutto: Alessandro Di Battista capo politico

La campagna elettorale era iniziata con Di Battista e Di Maio in viaggio insieme verso Strasburgo e finisce 5 punti in meno del Pd. Un’umiliazione insopportabile. Col Movimento al 17% ci vuole un segnale forte di discontinuità. Ci vuole un cambio di passo. Di Maio è un politico di razza. Per la sua età è davvero un fenomeno. Ma non è Superman fino a prova contraria. Dirige uno dei ministeri più complessi in piena crisi economica, è vicepremier ed è anche capo politico di quello che alle politiche era il primo partito. Come Ministro se la sta cavando davvero bene, ma come capo politico – stando ai risultati – molto molto meno.

Sparito Di Battista, la campagna elettorale l’ha fatta Di Maio praticamente in solitaria. È diventato lui il volto del Movimento. In passato c’era Beppe, Di Battista, Fico, la Taverna, la Raggi e altri attivisti storici che si alternavano e rappresentavano le varie anime e sensibilità del Movimento. Col solo Di Maio al comando, il Movimento si è accentrato sulla sua persona, impoverendosi, inaridendosi, apparendo un partito come un altro, con un capo in cima e un esercito al seguito. Assetto vecchio stampo e molto pericoloso. Anche per il capo. Perché quando le cose si mettono male, è lui che paga. O almeno succede nella vita reale, in politica vige storicamente un altro andazzo. I fatti dicono che milioni di elettori del Movimento si sono progressivamente persi per strada e alle europee non si sono degnati di andare a votare. E questo nonostante il Movimento abbia governato bene mantenendo le promesse.

Le ragioni sono tante e del senno di poi ne son piene le fosse. Ma una disfatta di tali proporzioni  e così repentina può essere spiegata solo con un enorme problema di leadership. C’è un muro che divide Luigi di Maio da milioni di cittadini. Un problema di empatia, di feeling, di comunicazione. Di Maio è percepito come troppo perbenista, troppo perfettino, troppo istituzionale e retorico per rappresentare la rabbia e l’esasperazione dei cittadini che hanno votato Movimento nella speranza di un cambiamento radicale. Cittadini sofferenti e sfiduciati che non si sentono politicamente stimolati a partecipare da un capo politico che purtroppo non rappresenta il loro impeto, il loro dolore. Colpa della sua indole, colpa di una linea troppo morbida e a tratti ossequiosa verso il potere costituito. Un capo in giacca e cravatta invece che col giubbotto di pelle. Un capo con in bocca un sorriso invece che un sacrosanto vaffanculo.

Quando il Movimento era guidato da un gruppo di portavoce, le personalità dei singoli erano secondarie. Ma avendo occupato tutta la scena, la personalità di Di Maio è diventata un problema centrale. Questo è il nodo da risolvere e che rischia di vanificare ogni sforzo di riorganizzazione sul territorio. Serve un segnale di rottura. Serve un passo indietro di Di Maio e nuove primarie. Serve che in cima al Movimento ritrovino un volto e una voce tutte le diverse anime che lo compongono e che siano coordinate da un capo politico più inclusivo e più in sintonia con l’animo guerriero del Movimento e le istanze dei cittadini. Di Maio è un politico di assoluto talento e un ottimo ministro, ma dovrebbe dedicarsi solo a quel gravoso compito lasciando il ruolo di capo politico a portavoce più adatti a lui. Foss’anche solo per rispetto della meritocrazia dopo l’umiliazione insopportabile di essere finiti 5 punti sotto al Pd. Senza rancore, senza drammi e con un enorme grazie a Luigi.  Ma il sogno a 5 stelle di milioni di persone viene prima di tutto. E chissà che la storia possa riprendere da dove è stata interrotta. Con un ritorno di Alessandro Di Battista. Questa volta sul serio. E da capo politico.

Fonte: Tommaso Merlo

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